In questi giorni ho dovuto lavorare da casa. Tutto il giorno al computer. Accanto alla finestra di Excel, quella di una chat gay. Per vedere chi gira, per quella strana sensazione che "non si sa mai, magari succede qualcosa". Mi scrive un ragazzo, chattiamo un po' del più o del meno. Mi chiede se voglio andare a far sesso da lui. No grazie, rispondo, non è quello che cerco.
Il giorno dopo è ancora lì, ha voglia di sesso, gli piacciono i tipi come me. No grazie, sono impegnato, devo lavorare. Gli chiedo se è dichiarato. Non lo è. Digitiamo del più e del meno.
Stessa cosa il terzo giorno. Vedo delle sue foto: è carino e, mi sembra, anche simpatico. Torna a propormi un "sex date", un incontro di sesso. Resisto, poi di colpo cedo, il mio cervello grida: "Prova, chissenefrega, è solo per una volta! Cosa vuoi che succeda?". Ci diamo appuntamento.
Arrivo a casa sua. Poche parole, un bicchiere d'acqua e una sigaretta per arrivare velocemente al motivo per cui ci siamo incontrati. Ottimo sesso, di quello che ti fa venir voglia di star abbracciato tutta notte alla persona che ti ha fatto stare così bene. Invece un'ora dopo mi rivesto e mi avvio verso la porta. Mi chiede cosa faccio quella sera. Esco con i miei amici. Mi dice: "Adesso sai dove trovarmi", nella voce una tristezza infinita che allaga anche gli occhi.
E d'un colpo me lo vedo, davanti al computer per tre giorni a cercare disperatamente una mezz'ora di sesso con uno sconosciuto. E, subito dopo l'orgasmo, accorgersi che è di nuovo al punto di partenza.
Esco per strada con un senso di squallore e compassione addosso. Per me.
